pudenda
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mercoledì 30 dicembre 2009

Blitz Pisscosen

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domenica 31 maggio 2009

Bisognerebbe spiegarglielo

Io sono uno a cui piace dormire.
Sì, l'ho detto, che male c'è. Ha voglia Brunetta a dire fannulloni fannulloni. Io adoro dormire. La domenica per esempio, rimango a letto fino a mezzogiorno, mezzogiorno e mezzo quando non mi chiamano i miei genitori. Mi chiamano ogni domenica per chiedermi se vado a pranzo e quando mi svegliano mi incazzo e non ci vado, se no ci vado.
Lo so, mi piace dormire, stiracchiarmi e godermi le ore di dormiveglia, quelle in cui sei tu che decidi cosa sogni. Mi piace dormire anche durante i film. Mi sono fatto certe dormite. Me le sono fatte coi filmoni, mica con robetta. Non si dorme sui filmacci o su le serie televisive da due soldi. Si dorme su roba di qualità. Stanley Kubrik, Barry Lindon, 3 ore: dormito; Sergio Leone: C'era una volta in America, 4 ore, dormito; James Cameron, Titanic, due palle, tre ore: dormito alla grande.
Meno male che con la fibra ottica mi scarico un film al giorno e ogni giorno ho un film da vedere prima di addormentarmi, anzi, mentre mi addormento.
è così che mi va la vita.
Poi la mattina mi sveglio, verso le sette e mezzo, un caffé macchiato, un'ascoltata al telegiornale e mi fiondo in bagno. In bagno ci sto una mezzoretta. Sì, perché anche quello è un po' dormiveglia. Poi vado a lavoro. Pausa pranzo e poi lavoro. Finisce alle sei. Palestra o aperitivo e poi filmetto.
Poi adesso ho preso il dolby e il plasma: due mesi per il dolby e cinque per il televisore al plasma. E mi faccio certe dormite.
Solo che ci sono quelli di sotto. Perché non bastavano quelli che stanno a fare l'amore tutta la notte, che quelli ce li ho giusto al piano sopra e tu-tùn tu-tùn tutta la notte. E basta, ditemi voi, che gusto c'è alle quattro di notte ancora a fare l'amore. Le cose sono belle quando ce n'è parsimonia, non quando ci si ingozza. Come con le cose da mangiare, si mangia poco ma bene. Il troppo stroppia, lo dice anche il detto, cosa fai l'amore fino alle quattro tutta la settimana. Ma questi sono studenti, te lo dico io, che hanno tempo per farle, queste cose, che non sanno cos'è la vita.
E se non sono in casa a fare l'amore sono di sotto in piazza a fare casino. Si sfogano, questi disgraziati, non hanno la donna e allora urlano e fanno casino tutta la notte. E non è che chiacchierano, strepitano, urlano. Gozzovigliano. Fino alle quattro di notte. Come quelli che fanno l'amore. Ma dico io, non ce l'hanno qualcosa da fare? Non possono impiegarlo in altro modo il tempo? Non ce l'hanno una famiglia che gli dice di lavorare? Perché questi non studiano più, è evidente. L'università fa schifo, danno trenta anche se ti scaccoli davanti al docente. che l'università italiana non funziona più lo capisci dai tuoi vicini che fanno l'amore tutta la notte o da quelli che ti gozzovigliano sotto casa. Ma ti sembra vita normale? Anzi, ti sembra vita? E il mio Dolby? Che ci faccio? Come mi addormento? Avrò il diritto di addormentarmi.
Poi non dormo, vado a lavorare, rischio di addormentarmi e se mi addormento ho Brunetta che se la prende con me, ma invece di prendersela con me, Brunetta, dovrebbe prendersela con loro. Con gli studenti, che fanno l'amore e gozzovigliano. Che non sanno cos'è la vita vera. Che non producono.
Ma io non capisco, non gliela insegnano a questi, cos'è la vita vera?

venerdì 1 maggio 2009

Homo Facebook

Adesso mi siedo e aspetto la telefonata, o magari il messaggio. Aspetto davanti al computer e nel frattempo vedo cosa scrive la gente su Facebook. Vedo che ci sono i quiz, non li faccio, che poi se mi chiamano lo devo finire in fretta e mi esce fuori un risultato che non mi piace. Metto i Rosolina, la canzone dura sei minuti, non so se riesco a finirla prima che mi chiamano, perdo due minuti a scegliere una canzone di 3 minuti, che alla fine sono gli Smashing Pumpkins. Non mi chiamano, ma non mi irrito, forse sono in anticipo, in effetti non è nemmeno detto che mi chiamino, metto su la canzone dei Rosolina e visto che forse sono in anticipo mi verso un grappino, prima lo respiro perché mi piace l'odore. Poi la canzone finisce. Ora vorrei vedere Scrubs ma dura venti minuti e se mi chiamano mentre sto guardando devo interrompere.
Può essere che non mi chiamino, in effetti siamo rimasti che ci saremmo sentiti con calma. Va bé, chiamo io, anzi mando un messaggio e nel frattempo scrivo qualcosa sul traghetto.
Mentre scrivo l'immagine del topolino che muove la coda a lato della pagina del blog mi ipnotizza.
La luce del telefono si illumina di blu, ma non è arrivato niente. C'è una mia amica che quando mi si illumina il telefono mi dice "Sei Blu". L'amicizia non è poi questa gran cosa.

lunedì 27 aprile 2009

Speriamo faccia bel tempo

A me viene da pensare che ho perso il mio senso estetico, perché altrimenti non mi spiego il fatto che quando sono fuori coi miei amici e passa una bella fanciulla capita piuttosto spesso che li senta dire: “Guarda che culo!”.
Allora, nell’esigenza di accumunarmi a quelli della mia specie, lo ripeto anch’io. Solo che a me viene fuori con un altro tono, diverso dal loro, meno convinto, tanto che il mio sottotesto non è “Piatto ricco, mi ci ficco”, ma piuttosto: “Tò, guarda, un culo”, come se avessi trovato un centesimo di rame, che non vale nemmeno la pena di fare tutta quella fatica di abbassarsi a raccoglierlo, perché con un centesimo non mi ci compro nemmeno un gelato. Ecco, credo che il mio problema con le donne sia riconducibile tutto a questo unico principio: che non mi ci compro nemmeno un gelato.
Questo anche se sono sicuro che con le donne ci puoi fare anche cose migliori di prendere un gelato, ci puoi fare l’amore, le chiacchiere, o magari anche una gita. Ultimamente ho voglia di vedere Urbino. Mi hanno detto che è carina.

giovedì 23 aprile 2009

No, sei tu che sei un pirla

Dedizione è il nome che la responsabilità dà alla schiavitù

venerdì 20 marzo 2009

Innamorarsi

Quando dire "non fa niente" fa un male cane

venerdì 13 febbraio 2009

E trovo rifugio in un pozzo

La mia città è quella che mi porto dentro, più o meno, mio malgrado, c’è dentro la musica di Ennio Morricone perché mio padre mi ci faceva una testa così, quando ero piccolo e anche tutti i filmatini dell’epoca hanno sotto quella musica lì. E poi ci sono tutte le cose che mi sono passate davanti e io sono sempre piccolo e vado a trovare gli altri a casa loro, perché ci sono tutti quelli che ho conosciuto, c’è la casa di Maurizio Scarpulla che mi ha insegnato quasi tutte le parolacce che conosco, c’è la casa di N.L. che si scaldava nel microonde il piatto per farsi una striscia, mentre con A.P. facevamo a gara per vedere se riuscivamo a fumarci un cannone facendo le flessioni, poi c’è la casa Laura di Lumezzane, che non so perché mi è venuta in mente adesso, c’è quella di Gianluca Zanardelli che nel Lumezzane ci giocava, prima di venire a vivere a San Polo, e che una volta gli avevo raccontato che mia mamma mi aveva detto che quelli che non gli vengono gli orecchioni forse diventano sterili e lui mi aveva risposto che per non essere sterili serviva la sbora e poi è corso in bagno perché aveva la dissenteria.
Ci sono tutte queste case e io non invito nessuno a casa mia e mi invitano gli altri perché quell’essere invitato è già casa mia e io sono sempre piccolo perché con tutte le persone che incontro e le cose che ho fatto mi sembra di non crescere mai e neanche la città cresce o si allarga, semmai sono le strade che scompaiono. Ecco, facciamo che la mia città non si allarga, ma ogni casa nuova, ogni condominio, occupa lo spazio dove prima c’era una strada, che se la seguivi partivi dalla casa di uno e arrivavi alla casa di un altro, ma adesso, al posto di quelle strade da seguire e da scegliere, ci si mettono altre case o magari palazzi interi e diventa sempre più come a Venezia che se apri una finestra finisci nella casa di un altro e il problema non è il fuori, perché il fuori non esiste più, perché comunque vada sei sempre dentro a qualcosa, sempre a chiedere permesso prima di entrare sempre a salutare prima di uscire, ma non si esce mai, sei sempre dentro perché di strade da scegliere, in mezzo, non ce ne sono più. E questo, per quel che mi riguarda, è un problema.

venerdì 30 gennaio 2009

Pacchetto sicurezza

mercoledì 28 gennaio 2009

Re: Pompini (con umiltà)

Sarà per questa faccenda che adesso si usa molto il take away, secondo me. Cioè, per esempio, io ultimamente pranzo di merda, perché sono sempre di fretta, non che abbia qualcosa da fare di più importante di mangiare, ma che è tutto sullo stesso piano. Il mio pranzo ha, secondo me, la stessa importanza della riunione che ho dopo, o della lezione di teatro, o delle sei ore di studio. Non c’è gerarchia fra le cose, tutto è falciato alla radice, quindi se salto il pranzo per andare a teatro, metti caso, poi mi sembra di aver dato al teatro troppa importanza e non va bene.
Il pompino rientra in questo meccanismo di parità. Il pompino (ma rigiro la cosa anche al corrispettivo per l’altro sesso, giusto per inserire un po’ di politically correct in un discorso sulla fallofagia) è take away, non c’è neanche bisogno che ti spogli tutto, anzi, per noi maschi basta anche solo aprire la patta senza neanche troppo scomodarsi. Ti sporgi solo da un finestrino, chiedi, poi sta alla discrezione di chi prepara sputare o meno su quello che hai chiesto (tipo sull’hamburgher o sulle patatine) e sei già pronto per fare quello che dovevi fare dopo e per il momento ti senti appagato: dovevi fare una cosa, l’hai fatta. Bene.
Vuoi mettere con, invece, stabilire una gerarchia? Come fai? Per me è difficilissimo. Una guzzata è un romanzo, deve avere uno svolgimento intero, magari con introduzione, presentazione, complicazione e scioglimento, magari epilogo e morale. E chi ce l’ha il tempo? Io Guerra e Pace l’ho letto quando avevo diciassette anni, quando non sapevo neanche dell’esistenza del termine “guzzare”, adesso non ce la farei, ci metterei due mesi. Dovrei mettere quello in cima alla lista e non credo che me la sentirei, dovrei tenerci veramente molto.

mercoledì 14 gennaio 2009

Il piano di Israele per la Striscia


lunedì 12 gennaio 2009

Dannata coscienza cattolica

Scarico un milione di film solo per poter controllare che non siano porno e, quando, deo gratias, ne trovo finalmente uno che è a tutti gli effetti un sacrosantissimo porno, lo scorro tutto di fretta smadonnando perché "Vorrei sapere chi è quel maledetto che mette in rete dei porno e li rinonima coi titoli di film famosi", poi cestino e mando tutto al diavolo.

venerdì 9 gennaio 2009

Un Natale come un altro

Era un Natale come un altro.
Il cenone era stato molto buono e molto abbondante, Anna Maiori, la padrona di casa, aveva sfruttato tutte le sue abilità culinarie per preparare un menù coi fiocchi che facesse dimenticare la crisi, gli stipendi bassi e tutto il resto.
Gli invitati erano sazi e divertiti dai discorsi di Franco Maiori, vero e proprio istrione della serata, che aveva la capacità di coinvolgere e far ridere tutti e di non esagerare mai. Non era quella la serata per causare dissapori o per riportare alla memoria quelli vecchi.
In più, ad allietare il tutto, era il fatto che per la prima volta non si erano apparecchiati due tavoli, uno per i bambini e uno per gli adulti. Questo era l'anno in cui i ragazzi avevano compiuto, quasi tutti, i dieci anni, guadagnandosi il diritto di sedersi al tavolo dei grandi. Tra questi ovviamente c'era anche Maurizio Maiori, anche se, a dir la verità, di anni ne aveva appena compiuti nove, ma si era sempre dimostrato così maturo e così sveglio che avresti potuto intuire la sua vera età solo guardando bene l'innocenza che aveva ancora dipinta sul volto. Era l'orgoglio dei suoi genitori.
Fu così che tra una battuta del buon Franco e un piatto servito da Anna il cenone stava volgendo al termine. Già si sbottonavano i bottoni dei pantaloni e si allargavano le cinture, anche se questo non era il massimo della finezza, ma il bello della compagnia era proprio la sua spontaneità, l'etichetta era una cosa da ricconi.
- Apriamo il panettone?- chiese Anna, tenendo già il panettone in mano.
- Sì- urlarono gli invitati quasi in coro.
Ovviamente un solo panettone per tutta quella gente non era abbastanza, ma Anna aveva avuto l'accortezza di prendere due panettoni. Due panettoni di pasticceria che in proporzione le erano costati più dell'intero menù. Ma non era quello il momento di pensarci e poi non c'era bisogno che Franco sapesse che i soldi per la cena erano stati presi dal fondo vacanze, avrebbe trovato un modo per recuperare facendo le pulizie nelle case della Città alta.
- Ma perché ci mettono i canditi?- tutt'a un tratto questa frase fece calare il gelo.
- Tanto li scartano sempre tutti, quindi perché ce li devono mettere?- era stato il piccolo Maurizio a parlare e adesso, senza guardarsi attorno aveva iniziato a togliere i canditi con la punta del coltello.
- Almeno l'uva passa ad alcuni piace, ma i canditi fanno schifo a tutti- continuò senza accorgersi del silenzio che gli si era creato attorno.
Qualche colpetto di tosse, qualche bicchiere che tintinnava, poi fu bravo il buon Franco a riprendere il discorso prendendo a pretesto una trasmissione televisiva.
- L'avete visto quel documentario in tele l'altro giorno? diceva che...
Dopo qualche minuto l'imbarazzo si era sciolto, anche se il nervosismo rimaneva, nonostante il tentativo di Franco di mandare avanti la discussione come se nulla fosse. Poi qualcuno bussò alla porta.
Anna andò ad aprire, pulendosi le mani sul grembiule. Davanti a lei si presentarono due uomini alti vestiti di nero, col distintivo in mano.
- Squadra speciale...
- Non potete- li interruppe subito Anna con le lacrime agli occhi- è la sera di Natale, vi prego, il bambino è piccolo, non sa, non potete...
Ma i due uomini l'avevano già superata e erano già entrati in sala da pranzo.
- Scusate il disturbo.
- Auguriamo a tutti un felice Natale.
- È fra voi Maurizio Maiori?
E il piccolo Maurizio rispose alzando la mano, come a scuola, perché aveva ancora la bocca piena di panettone e non voleva essere maleducato di fronte a quei signori che non conosceva.
Poi fu tutto molto veloce, i due uomini presero con sé il piccolo Maurizio concedendogli di prendere un'altra fetta di panettone, salutarono molto sbrigativamente e se ne andarono.
Il silenzio era assoluto, nessuno voleva pensare a cosa era appena successo, nessuno voleva parlare per primo. Il volto del buon Franco sembrava invecchiato di vent'anni e tutti pensavano alla parola giusta da dire, ma anche solo azzardare un "Mi dispiace" sembrava una cosa fuori luogo.
Anna non poteva tollerare quella situazione.
- Chi prende il caffé?- chiese dopo essersi asciugata gli occhi sul grembiule.
Doveva essere un Natale come un altro.

martedì 6 gennaio 2009

L'ennesimo fallimento

La mia morosina delle elementari è una figa totale. E quando dico totale intendo totale, completa, composita. L'ho mollata io, credo, dopo che le avrò parlato, in totale, 4 volte in tutte le scuole elementari, non mi era stata neanche troppo simpatica, ma cosa ci vuoi fare, mi sembrava che se le avessi parlato non avrei saputo cosa dirle e lei avrebbe capito che in fondo ero noioso. Così ogni volta che lei arrivava io trovavo una scusa per andarmene, tipo in bagno, che all'epoca era di moda, forse più di adesso.
Ricordo che una volta eravamo in gita e lei raccontava alla sua amica che era stufa di dover sempre prendere l'iniziativa e che io facessi finta che lei non ci fosse. E lo diceva forte, ad alta voce, per essere sicura che sentissi, solo che oltre che a me, avevano sentito anche i miei compagni a cui raccontavo di quanto fossi innamorato e quanto, ogni volta che facevo qualcosa da grande eroe (tipo un gol al campetto, o uno scatto prodigioso, o salvare la classe intera da un mega dinosauro riportato in vita da uno scienziato pazzo), speravo che ci fosse lei lì a guardarmi.
In effetti è stato un po' deprimente scoprire che in questi quindici anni non sono migliorato molto. Non sono neanche diventato una figa totale.

venerdì 26 dicembre 2008

Natale in famiglia

Io i veci li ammazzerei tutti, mi ha detto mia zia sessantaseienne durante il pranzo di Natale, tanto non capiscono un cazzo.
Non credi di essere un po' tautologica, zia?
Come?
No, niente.

giovedì 18 dicembre 2008

Roma, 15 e 16 novembre - "Daje che semo popo tanti"

Mentre si ringrazia Toni Jop che dal culo dell'Unità mi lancia una sorridente suggestione di okkupare con la kappa, io mi assembleo con altre migliaia, ogni tanto in plenaria, ogni tanto en plen aria, in ogni caso il culo sta a terra e le chiacchere stanno a zero.
Ci si rannicchia nelle pieghe dell'Onda, noi che siamo le scorie radioattive della produzione del sapere. Sole polveroso sull'Adriatico inquinato, noi si risacca sull'asfalto della Sapienza. Se l'onda diventa maelstrom ci ingorghiamo e ci attacchiamo alla marmitta del Sistema. Questo è il rischio. L'Italia è una penisola bagnata da tre lati dal mare, il soffitto e il pavimento sono d'asfalto e i mobili siamo noi che forse stagnamo, ma abbiamo il sale, altro che il Caspio.Ci alziamo con le fasi della luna, noi Onda, noi mare, tsunami che però ai tailandesi vogliamo bene, noi che vogliamo che Fede vada sul satellite. Ma tu, Luna, che cazzo ci fai in cielo? Prenditi Rete 4 e cancella il debito, mentre Fede ti cammina sopra a balzelli, un grande passo per l'umanità.
Manifesto e compro il Manifesto, e a me manca la sfera Acu Grip che mi equilibri la vita, poi giro pagina e penso "Manifesto, hai fallito, vedi di fallire". La rivoluzione è cognitiva a partire dai piselli di Mendel passando dalle forme di Robespierre ad arrivare ai seni di Rosa Luxemburg. No alla mercificazione del sapere che porta alla quotazione dei libri dei baroni, mentre valvassalli e valvassori si danno al baratto delle biro, con o senza cuscinetti a sfera. Cuscini che noi, condannati in cassazione al processo di ristrutturazione a 3 anni più 2 di aggravante, non abbiamo.
Perché la Sapienza ospita, okkupa, ma non conforma i pavimenti alle anche, tanto che a noi un po' ci manca la modalita USA e ARRUSA che ha reso Obama quel che è, negro, epicureo e palestrato. Generiamo conflitto, chiedendo venia ai polli di San Lazzaro, anche perché i bagni sono sei e se la matita e la chiave inglese sono nella stessa piazza, il blocco notes e il cacciavite sono a fare la coda al cesso.
Spacciatori di precarietà vendono fumo, noi abbiamo bisogno di carboidrati e siamo alla frutta ma fuori stagione. Il maggio francese funzionava perché era francese e perché era maggio, cazzo, mica pioveva. Facciamo come in Francia, prendiamo il TGV, coscienziamoci assieme e autoformiamoci, accreditiamoci e votiamo se votare, quando votare, purché il voto non sia dittatura.
Tremonti pimpaci la scuola che noi la crisi non la paghiamo, ma e di questo passo noi la tesi non la scriviamo. Reimpossessiamoci della besciamella e basta panini, tanto se anche entriamo al bar un attimo ad aspettarci fuori rimane la stessa rabbia e la stessa primavera, fumando una sigaretta alle nove del mattino. Venezia ha l'acqua alta, la falda acquifera butterà giù Pisa con la sua torre di certezze, l'Arno straripa il 4 novembre, la Sicilia è incatenata nel mare, la Calabria ha lo Ionio e il Po si assume il ruolo di dio a cui riferirsi nel momento di sconforto, tra lega, leghisti e legali. Per favore se vedete un avvocato che vi aiuta non rubategli il portafoglio.
A noi non resta che il pianto, ondoso anche quello. A noi il fato prescrisse precaria sepoltura e l'unica soluzione sembra mangiare un belgioioso rivoluzionario, sperando che Copernico non sia più una scuola ma un'idea. Di rivoluzione appunto.