Uscito dal bagno, ancora sbalordito, incontrai Arthur.
lunedì 14 aprile 2014
sabato 28 settembre 2013
milf
Credevi che il fallimento fosse più appassionante?
Ah, ora vieni qua, su, avvicinati, siediti sui miei galloni, accosta il tuo intelletto alle mie labbra.
Non ti spiegherò nulla.
Credevi che fallire fosse molto meno appassionante di così.
Io mi accoccolo qui, tu mi metti qualcosa di umido nell'orecchio, questo è il patto.
Dovranno passare parecchi anni perché, insieme all'imbarazzo, arrivino le risposte cui aneli.
Nel frattempo, ti siano unguento gli acrostici
ti siano talismano
toccasana
apotropea
shampoo
Io tocco la finestra e guardo le colline
- più o meno questo è il patto -
e mi accorgo che sto per accorgermi di qualcosa
e invece no.
sabato 26 gennaio 2013
Remo Bodei
Il chitarrista ebbe un momento di esitazione, fu un attimo, non ebbe tempo di pentirsene. La folla si riversò sul palco con un unico ruggito, e lo divorò. E sì, in mezzo a quella folla c'ero anch'io. Gli ho mangiato la guancia sinistra. Cosa mi è preso?
Sono fatto così, sono un impulsivo, vivo in una fattoria piena di landraci e non di rado vado a sassi nelle conifere intorno. Mi chiamo Diodojo, e questa è la mia storia. Sedetevi, se credete.
Mi sono svegliato circa un anno fa dentro un corpo non mio, come a volte capita nei racconti. Mi spiego meglio: mi sono svegliato ed ero dentro il corpo di un'altra persona, e non parlo di transfert mentali, ero proprio con tutto il mio corpo dentro un altro corpo, un altro corpo mi avvolgeva come una muta da sub. Naturalmente non ho capito subito cosa stesse accadendo, mi sono svegliato e ho sentito le palpebre sfregare contro qualcosa, aprendosi, un peso morbido e umido mi premeva in ogni punto, mi schiacchiava la bocca, mi è venuto naturale cominciare a dimenarmi, cercare la luce, l'aria. Mi ricordo ancora quei terribili istanti, mi divincolavo annaspando dentro quella specie di armatura che si opponeva ai miei movimenti, il corpo che mi conteneva faceva resistenza, piegavo il collo all'indietro e lo sentivo tornare in avanti, aprivo le braccia nel tentativo di trovare una breccia, i muscoli intorno ai miei muscoli mi stringevano in una morsa, finché a un certo punto devo aver penetrato una feritoia, un'uscita, ho sentito un ginocchio cedere, il rumore di qualcosa che si lacerava, e non so di preciso, all'improvviso ero fuori. Una situazione senza aggettivi: io respiravo a fatica, piegato in due, ricoperto di brani di carne e sangue. Dietro di me, intorno a me, ai miei piedi, il corpo smembrato che fino a pochi secondi prima mi conteneva. Ho alzato lo sguardo. Almeno una ventina di persone, eleganti, in piedi davanti ad una tavolata imbandita, nei loro poveri occhi il terrore.
Ecco, lì è cominciata la mia lunga fuga.
Ho attraversato Vicenza in otto mesi, prendendo qualsiasi mezzo, soprattutto autobus.
lunedì 4 aprile 2011
martedì 22 marzo 2011
MARTA LA CAPRA vs L'ITALIA
Ad un certo punto intervenne nella conversazione Marta, rompendo un silenzio che durava ormai da diversi mesi:
"Non so", esordì, costringendo me e Mario a girarci.
"Non so, davvero, a me pare tutto molto assurdo."
"Cosa, Marta?" Le chiese il sempre serafico Mario.
Sempre serafico e paziente il Mario, io no, non riuscivo ad abituarmi all'idea che una capra parlasse, sia pur raramente, e la cosa -lo ammetto non senza vergogna- mi disturbava profondamente, mi procurava un'inquietudine che nascondevo a pena.

"Marta, vedi" provai ad interloquire, consapevole di costituire solo un escamotage letterario, pressoché inutile ai fini della vera dialettica "vedi, so di non poter portare vere argomentazioni, come ha fatto testé notare l'autore nell'inciso, ma solo una parvenza di esse buona giusto a dare l'idea di un contraddittorio, e a far spiccare ancora di più la giustezza delle tue. Lo so. Cionondimeno, non so se per colpa dell'autore o di questa bella brezza marzolina, ci tengo a farti notare che devi considerare il contesto: sei ancora convinta che esista una "sinistrezza" assoluta? Una posizione solida e imperitura, che prescinde da tutto quello che le accade intorno? Occorre fare i conti con la realtà, Marta: la destra attuale, in Italia, si sposta verso la merda più totale, e noi dobbiamo occupare le sole posizioni che possono costituire "opposizione", opposizione reale."

"Eh...", il sempre laconico Mario.
"E non è la sola trappola in cui siamo caduti ultimamente: diventiamo legalisti più del più becero dei fascisti, solo per contrastare la deriva criminale di questo governo; diventiamo pecoroni alla ricerca di un leader carismatico -Vendola, Grillo, Obama, Zorro…- solo perché quello che c'è sullo scranno non ci piace; diventiamo ecologisti… No dai, ecologisti è ok. Voglio dire, forse non so più bene cosa sia la sinistra -io bruco l'erba, fondamentalmente- però, suvvia, l'idea che si possa prender posizione solo per contrasto, di riflesso, in controbattuta, mah, è avvilente. E poi, tornando all'Amata Patria, c'è pur sempre la logica, che non è che noi capre la amiamo troppo, ma sto giro non ci si scappa."
"Cosa intendi dire, Marta?"

"Aspetta aspetta. Ti rendi conto che non ho nemmeno più un'argomentazione? Che l'autore mi ha tolto perfino il diritto ad avere un nome? Chi è che sta parlando in questo momento? Lo sa, il lettore? Lo so io? Sono ridotto ad essere una muta replica, solo un mero rimbalzo, porco cane!"
"Me ne rendo conto", rispose Marta rosicchiando un vecchio stivale che spuntava dalla terra, "Me ne rendo conto, ma adesso ascoltami."
Con misurata poderigia, lentamente, Marta si mosse verso la cima di un piccolo dosso, a fianco dell'ulivo. Marzo soffiava da ovest delle nuvole rosa e ancora fredde, il sole delle sei torceva le foglie delle viti, nell'aria dei campi si intuiva la necessità di velocizzare la narrazione.
"Signori miei, vado a spiegarvi perché il patriottismo è sciocco. Procederò per elenchi. Tre punti, tanto per cominciare:
1 Si suole associare al patriottismo (in tutte le sue declinazioni: amor di patria, campanilismo, nazionalismo…) la nozione di "orgoglio", o di "fierezza". Ebbene, non ha senso. Non ha senso dirsi (sentirsi, perfino) orgogliosi di qualcosa di cui non si ha diretta o indiretta responsabilità. Non vi è merito -né vi è colpa, peraltro- nell'essere nati dentro un determinato confine -siamo figli dell'accidente- né nel condividere la (provvisoria) nazionalità con, che so, un Leonardo, un Calvino, un Dante. Per non parlare di ciò che di questa patria -o di costoro- si ammira: merito tuo? Ne sai qualcosa, tu?
(Mario sputò per terra)
2 Esiste davvero l'Italia? Cioè, cos'è questa cosa di cui stiamo parlando, questa cosa che ci unirebbe tutti, l'"italianità"? Se la tagliamo a fettine un po' più sottili, ci rendiamo conto quanto sia una nozione ineffabile, inconsistente. La lingua? Allontaniamoci un attimo dalla televisione -megafono e fucina di un impasto padanomilanese che del lavaggio in Arno chi sa cosa ricorda-, ci accorgeremo che la realtà italiana è molto più frammentata di come ce la servono, i dialetti sono vere e proprie lingue, e se per assurdo provassimo a muoverci camminando -metro per metro, a noi capre riesce abbastanza naturale- verso un qualsiasi confine (che so, da Dobbiaco verso l'Austria), vediamo che la lingua cambia impercettibilmente con l'avanzare dei passi, fluida e graduale, strada facendo. La cultura? Territorio ancora più impervio, tanta è la ricchezza, tanta è la diversità, nel tempo e nello spazio, sia al livello della cosiddetta "cultura popolare" (le tradizioni, diciamo), sia al livello di quella "alta" (cosa condividiamo io e il Dante di cui sopra? Abitava dove abito io? Non parlo della stalla, ma non credo comunque…).
Questa l'Italia: è l'Italia stessa a dimostrare che l'Italia non esiste, così come la vogliamo ridurre, semplificare, stereotipizzare.
Questa l'Italia. E noi? Noi individui? Ah, noi siamo territorio ancora più caleidoscopio, volendo. Non voglio certo negare indiscutibili elementi di "italianità" in me, pezzetti dell'identità più o meno esattamente riconducibili alla "cultura italiana" -sentite le a questo punto doverose virgolette nel tono in cui lo dico-, sia essa figlia della storia o dell'attualità. Ma c'è molto altro: sono anche veronese, europea, mediterranea, americana: mi compone un diorama di cose, tra cui non ho l'ardire di stabilire una gerarchia né quantitativa né qualitativa.
L'unica cosa (per ora) ineccepibile è la cittadinanza. Tutto il resto è gioiosamente discutibilissimo.
3 Se proprio voglio scegliere un gruppo cui appartenere, perché gli italiani? Se qualcosa da celebrare, perché la nazione? Voglio dire, e il fatto che sono bionda? Che sono studente, pescivendolo, capra? Secondo quali parametri dovrebbe essere meno importante? O l'insieme che si crea, meno nobile? Che poi, lasciate dire una minchiata a questa vecchia capra caprina, cos'è questa specie di horror libertatis che ci porta a riunirci a tutti i costi agli altri, a rinchiuderci in rassicuranti (e miseramente semplificatorie, sintetizzanti) categorie, a catalogarci secondo insiemi tanto facili al pregiudizio? Lasciamo che siano gli altri a farlo con noi, se credono. Ma almeno noi, al nostro stesso cospetto, siamo (esortativo) individui, innanzitutto! Non italiani, non biondi, non eterosessuali, non pecore: c'est à dire, anche italiani, e anche tutto il resto.
Piuttosto, nel dubbio, troverei molto più simpatico celebrare ciò che patentemente non siamo: domani vado ad un corteo di oche. Tedesche, more.
Che dite?"
"Non fai una grinza. Bene tutto quello che dici, molto logico, ma fatto sta che il sentimento di unità con gli altri mi piace, credere in qualcosa mi piace, mi fa stare bene, e per me amare la mia patria vuol dire anche curarsi di lei, contro le brutture della politica, contro chi la inquina, contro chi ne fa una brutta cosa. Questo è il mio patriottismo."
"Sì, concordo" disse Mario, riappropriandosi per un attimo del nome, "non si tratta di ritenersi migliori di altre nazioni: si tratta di voler difendere la propria. In questa specie di nazionalismo -se vuoi chiamarlo così- sento di fare del bene, e se proprio vuoi saperlo, beh, mi sento una persona migliore."
Marta la capra lasciò cadere un po' di perle caprine dal culo.

Ma prima se non vi dispiace farei la cacca. Allontanatevi, per piacere, non riesco a concentrarmi."
Ci allontanammo, Mario bofonchiando qualcosa di inintelligibile, io con gli occhi sempre fissi sul mandorlo, come mi ha insegnato a fare mio padre nei momenti di impasse.
Non avevamo fatto che pochi metri, un colpo secco e poderoso fece cadere il Mario lungo disteso sull'erba, una violenta scornata di Marta la capra, che pure non ha le corna ma una testa indubbiamente dura.
"Chiedo scusa, rimando ancora un attimo la cacca. Ancora una cosa devo dirvela."
Il sempre placido Mario si rialzò gemendo, io tolsi gli occhi dal mandorlo a malincuore. "Sentiamo", dissi.
"Sedetevi, prima."
"No."
"Sedetevi, vi dico"
"No."
"Forza, sedetevi."
Ci sedemmo.
"Ecco, niente.. È che non mi torna una cosa. Dite che -stringi stringi- bandiere, inni, mani sul cuore, cortei e coccarde al petto.. Tutto ciò bene o male non è che un simbolo, un richiamo e un segnale: di questo concreto amore per la vostra terra. Bene, mi sta bene. Ma ancora: perché mai l'Italia? Perché gli italiani? Mi sembra, nella sua facilona buona volontà, che sia allo stesso tempo poco e troppo ambizioso. Solo perché è comodo. Voglio dire, perché mai la voglia di tutelare la natura, gli sforzi per migliorare le cose, diciamo genericamente l'"impegno", ecco mi spiegate perché tutto questo deve finire dove finisce il confine della nazione? Esiste un perimetro dell'ideale? Una geografia che contorna la polis del cuore?

È troppo ambizioso, quando ci rendiamo conto che il reale raggio della nostra influenza politica -nel migliore dei casi- non supera i confini delle nostre conoscenze. Nel migliore dei casi. Ovviamente parlo della politica relazionale, non tiratemi in ballo per piacere le elezioni o in generale la democrazia rappresentativa, ah ah ah, me la rido."
"E chi ti dice che il nostro impegno è solo riferito all'Italia? Ci preoccupiamo e ci occupiamo di tutto quello di cui ci si può occupare, fuori e dentro i confini, senza stabilire priorità -se non contestualmente."
"Sì, infatti", incalzai io, "e anche quella che tu chiami "politica relazionale", ovvio che la facciamo, la stiamo facendo anche qui adesso, con te."
"Ma allora, vedete. Torniamo all'inizio della fiera: perché l'Italia? Perché la bandiera italiana? E non qualsiasi altra cosa, che sappia ugualmente rendere l'idea simbolica di questo amore sempre un po' fuori bersaglio?"
Io e Mario non parlavamo più. Forse avremmo anche avuto delle cose da dire, ma non potevamo, perché il nostro silenzio serviva a creare una pausa ottimale per la battuta finale di Marta la capra. E anche perché eravamo inspiegabilmente occupati a masticarci l'un l'altro i piedi.
"Bene ragazzi, vado a cacare. A questo punto la cosa è improcrastinabile."
La sera imbruniva la campagna, i campanili si perdevano nel buio della valle, eravamo tre ombre sole, io ero un'ombra, Mario era un'ombra, Marta -che si allontanava- era l'ombra più scura.
"Mi troverete sotto al frassino. E quando verrete" disse la sua voce già lontana "dovrete alzare gli occhi a ciò che sul frassino garrisce. Vi stupirò, ragazzi. Vi stupirò."

Il giorno dopo -triste e breve epilogo, per niente significativo- io e Mario andammo al frassino. Marta era lì, appesa per il collo ad un ramo, immobile, leggermente mossa dall'aria della mattina. Ma a dire la verità non si riusciva a capire se fosse davvero lei o un fantoccio, neanche avvicinandosi, neanche toccandola.
lunedì 20 dicembre 2010
trasformiamo specchi in finestre
domenica 3 ottobre 2010
mercoledì 29 settembre 2010
sabato 11 settembre 2010
Balconing
Salve a tutti, approfitto di questo blog per raccontarvi la mia storia. È una storia un po' triste, ve lo dico così prima di procedere -suggerisco- potrete prepararvi un drink ristoratore. Un whisky, suggerisco.
Ero un ricercatore (primo sorso). Da ricercatore, ho passato i miei anni migliori a cercare un modo per permettere anche ai ciechi di ascoltare la musica. Quando mi sono accorto del mio sciocco errore1, nell'esatto istante in cui me ne sono reso conto, ho sentito chiudersi dietro di me la porta dei miei anni migliori ("clack!", non "sbam!": il che ha aggiunto una sottile beffa al danno).
Ho chiuso gli occhi per un attimo, ho fatto un respiro profondo, e ho raccolto la caparbietà che mi rimaneva sotto le unghie. Bene amico mio, mi sono detto2, vediamo cosa abbiamo qua. I miei anni peggiori, questo avevo davanti, questo mi rimaneva.
Quando ti rendi conto di aver toccato l'apice -lo senti, o per pigrizia decidi che ok, può bastare- è avvilente la consapevolezza che tutto il resto è china discendente3, e a quel punto capisci che il suicidio non è un'ipotesi così marrana. Andarsene, senza disperazione, senza tragedia, suvvia non siamo patetici, che mai sarà. Senza cordoglio. (Cordoglio, figlioletto, estremisti, strage annunciata: un giorno ci sarà da scrivere qualcosa sulla terminologia delle 20 e 30. Per adesso ci limitiamo a notare che è il secondo post di fila in cui in un modo o nell'altro fa capolino il suicidio. Amici miei, non vi starò forse lanciando un segnale? Forse no.)
Quindi mi sono avvicinato al balcone.
Un anonimo balcone4 di un modesto hotel di Ibiza. Mi ero rifugiato su quell'isola dopo aver visto Broken Flowers di Jim Jarmush, in barba ai nessi causali, a Ibiza forse avrei trovato momentaneo sollievo dalla frustrazione dentro qualche facile coito. Ma no, i miei trentanove anni di precariato sprecato mi premevano le spalle come un massaggiatore insolente, lo scoramento era inesorabile, non vedevo via d'uscita. Il balcone.
Mi sono sporto, l'aria di mare arrivava fino a lì, ah che inutile ebrezza, ah quanta gioventù persa -amico mio- a correre dietro ad un sogno sciocco, ho guardato in alto, il cielo senza stelle mi parlava in qualche modo di dio, sono salito sul parapetto del balcone e ho chiuso gli occhi.
Un urlo me li ha fatti riaprire, rompendo l'incanto che come si sa sempre precede il momento del suicidio. Niente tragedia, certo, era nei patti. Ma un minimo di teatralità è di dovere, in questi momenti. E invece un urlo sguaiato interveniva a rovinare tutto quanto. Ho dovuto fermarmi. Mi sono girato, e sono rimasto come si dice a bocca aperta5: dagli altri balconi, suicidi come se piovesse.
A dire la verità, non avevano la guisa che ci si aspetta da un suicida: nessun silenzio, nessun incanto, decine e decine di ragazzi si lanciavano nell'aria della notte gridando e ridendo. Un gioco, ah ah.
Ho guardato giù, dieci piani più in basso c'era una piscina. Dentro, risate e sguazzi. Al bordo, intorno, tre o quattro corpi, nel sangue. Ah ah. E ancora, in continuazione, dai balconi e dalle finestre, corpi e corpi. Ah ah, molto simpatico: lemmings.
Guardandoli, il primo istinto è stato di desistere.
Poi improvvisamente6 ho capito: l'apice della mia esistenza non era ancora raggiunto. Il picco, la gloria, era proprio in quel frangente: il salto, il volo, l'impatto. L'ho capito guardandoli, l'ultima lezione -chi l'avrebbe detto- l'ho subita così, da questi sbarbini zeppi di sostanze psicotrope e noia altoborghese, l'ho capito guardando loro. La maestosità della vita concentrata nell'arco che precede lo schianto, nel momento che precede il lancio, nello schianto stesso.
Sono tornato nella stanza, mi sono sistemato i capelli con un pettine, sono uscito di nuovo e mi sono lanciato.
Ovviamente7 ho centrato la piscina: è per questo che ora potete leggere queste righe.
Scendendo, più o meno all'altezza del settimo piano, ho pensato con un sorriso a quanto fosse in fin dei conti perfetto il contesto, ironica la situazione: un quarantenne rispettabile, in palandrana e pantofole, senza alcolici o allucinogeni nel sangue e con 18 punture di zanzara sulle gambe bianchicce, spiaccicato al suolo in mezzo a una massa di giovinastri perduti, le mie carni confuse alle loro, identità biografie e intime ragioni, tutto mischiato nel sangue, ho pensato cadendo. E ho visto, con gli occhi che vedono all'indietro, all'interno -immaginazione aperta, spazio rubato a quello che dicono dovrebbe essere lo scorrere veloce di tutta l'esistenza- ho visto cadendo l'immagine di me che cadevo, dal basso, al rallentatore, un vecchio in palandrana e pantofole e sguardo assorto, come una stella filante in mezzo ad altre stelle filanti, l'unico silenzioso, tra le urla, il solo vero suicida, ho pensato cadendo, con un sorriso.
Ma ho centrato la piscina.
Di quello che è successo poi che dire, come dirlo, è presto detto. Da lì la mia vita ha preso una piega inaspettata: sono diventato una specie di eroe per quei ragazzi, ho imparato i rudimenti del parkour e della noia altoborghese, i ciechi e la ricerca non mi interessano più8, e da allora ho capito. Ho capito che forse è vero che l'apice lo si tocca una volta sola, e più su non si va: ma è anche vero che vi si può rimanere attaccati, all'apice, facendo della determinazione una ventosa.
Ora passo le mie serate al bar con il gruppo, ci diamo fuoco alle braccia, guardiamo le partite, parliamo di Foucault. E io da qua non scendo.
Ieri il Fuz è morto mangiando una cesoia.
3 l'inchiostro, nel tragitto dal pennino al foglio.
4 in realtà il suo nome era Giorgio -il nome vero, primordiale, che precede e elude la nominazione- e la sua storia è invero interessantissima. Sedetevi, ve la racconto: Giorgio all'epoca del nostro racconto era un balcone schivo e taciturno, ma non era sempre stato così.
5 qua si inciampa in una domanda, mal formulata e probabilmente ubriaca: il meccanismo del riflesso concepisce la bidirezionalità? Ovvero: se muovo la coda ad un cane lo rendo felice? Se inumidisco una vagina (con una spugna, ad esempio) la rendo felice? Io stupisco ad ogni boccone, ma sono un'anima bella, non faccio testo.
6 c'è qualcosa di maledettamente triviale in questo avverbio. Quando scopro cos'è, son cazzi amari per tutti.
7 ovviamente no, dai. Ben più prevedibile è il topos della voce narrante che poi si scopre appartenere ad un morto. O tempora, se per racimolare un tozzo di stupore bisogna ricorre all'ovvio! Notabile l'impacciato ricorso a due latinismi e il riferimento allo stupore nel giro di poche righe: attenzione compagni, la spirale si fa sempre più stretta.
8 la spirale si fa sempre più stretta, il whisky spero per voi ne sia rimasta almeno una goccia.
venerdì 27 agosto 2010
ai Kirillov
Questo annuncio è rivolto a tutti i suicidi, ovvero agli aspiranti tali.
Mi presento. Sono una persona "malata", secondo i canoni di questa società: amo uccidere.
Più esatto dire che non posso fare a meno di farlo, il che fa di questa pulsione a tutti gli effetti una malattia. Io per primo me ne rendo conto e lo ammetto, non senza sforzo.
Al razionale riconoscimento dell'impraticabilità sociale di questa inclinazione -e a fare più rotonda la mia presentazione a voi tutti-, si aggiunge un'innata e profonda sensibilità nei confronti del prossimo mio: pur quotidianamente spinto all'omicidio da qualche bizzarria della psiche, non potrei farlo, assolutamente, nella consapevolezza di rovinare in tal modo un'esistenza.
Avrete capito dove voglio arrivare. Suicidi cari -ovvero aspiranti tali-, con voi il discorso vivaddio cambia! Passo quindi ad un registro più veloce e pratico, non voglio con le mie parole far convinto nessuno che già non lo sia.
Ovvero aspirante tale.
Novello Seneca.
Mi rivolgo a te!
TU che stanco di questa stanca vita,
TU che per questo o per quello hai scelto di indossare l'estrema cravatta,
TU la cui mano trema, pietrificata dal terrore, sul grilletto.
Ci sono qua io!
per morti indolori o morti strazianti
ardite soluzioni sceniche
massima igiene e cura nei dettagli
all'occorrenza, un tocco di ironia!
astenersi mitomani ed esibizionisti
e labrador
venerdì 6 agosto 2010
Pompage
Accadeva sempre nella stessa maniera, e anche quella sera, come quasi tutte, aveva spento le luci intorno, si era sdraiata sul largo letto pieno di cuscini e aveva cominciato a leggere. Il rumore delle prime pagine che si sfogliavano erano un muto reclamo, e lui dalla scrivania si era avvicinato al bordo della sua lettura -Requiem, di Tabucchi- le aveva preso i piedi sulle ginocchia, e aveva cominciato a massaggiarli. Prima il sinistro, lentamente, con forza, premendo la pianta con i polpastrelli, lentezza artigiana, piedi come pasta di pane. Così funzionava, quasi ogni sera: lui la guardava, le intuiva il volto nascosto dietro al libro aperto, e con le mani continuava il paziente premere e allentare, scandendo movimenti e respiro come una nenia antica, come un rituale.
Ma quella sera accadde qualcosa. Ad un certo punto, da dietro l'ipnosi della carezza, lui sentì tra le dita uno strano scioglimento della tensione, ogni rigidità all'improvviso cadde, il piede non faceva più resistenza. Abbassò lo sguardo e per un attimo non poté credere a quello che vide: si era staccato. Il piede di lei si era staccato, e gli era rimasto in mano, grondante sangue. Lo sconcerto gli tolse la parola, e nel tempo del silenzio -brevissimi istanti- la reazione fu convulsa: guardò lei dietro al libro, lei continuava a leggere, non si era accorta di nulla, lui non pensò all'incongruità di ciò, non ne ebbe il tempo, nel suo petto salì un moto di paura mista a vergogna, deglutì, tremò, si guardò intorno, la sua mano libera trovò brancolando -chi sa come- un rotolo di scotch per terra, e con una rapidità e una precisione non umane glielo riattaccò, le riattaccò il piede, dieci giri decisi attorno alla caviglia.
A quel punto si fermò, immobile, guardando lei ancora assorta nella lettura, trattenendo il fiato. Sentiva che l'incredulità cominciava a risvegliarsi, guardava lei immobile e contemporaneamente gli tornavano alla mente le Lezioni americane di Calvino, vai a capire gli strani voli del pensiero in certi frangenti.
Poi, piano, adagiò gamba e piede sul letto. Si tirò su fino a poggiare la testa sul cuscino, a fianco di quella di lei. Le baciò la tempia, le disse "dormiamo adesso", e senza aspettare risposta spense la luce. Riuscì a prender sonno.
Il giorno dopo lei si era svegliata prima ed era andata via, il primo impulso fu di telefonarle, guardò per terra, lo scotch era ancora lì, quasi finito, il fondo del letto era imbrattato di sangue scuro, non era stato un sogno. Al telefono non riuscì a chiederle nulla di diretto, la voce era serena, no, non ho niente che non va, sì, ho dormito bene, perché non avrei dovuto? E anche dopo, a pranzo, quando la incontrò pareva non avere niente di strano, stava bene. Fecero insieme una lunga passeggiata, e quando finalmente si sedettero su una panchina lui raccolse il coraggio necessario, decise che ne aveva abbastanza di stare in un racconto assurdo, e glielo disse: "Colette, senti, stanotte ti ho staccato un piede."
"Eh?"
"Il sinistro, massaggiandotelo. Mi è rimasto in mano."
"..."
"E te l'ho riattaccato, pulendolo un pò dal sangue. Con lo scotch."
"Ma... Ma che cazzo dici?"
La reazione di lei fu furiosa. Si alzò il pantalone, si tolse lo stivaletto, e anche lei vide: il piede era attaccato alla gamba da diversi giri di nastro adesivo, tutto era sporco di sangue. Alzò gli occhi su di lui, con violenza.
"Ma sei un coglione! Dobbiamo andare al pronto soccorso! Lo scotch! Ma porcodio, lo scotch!"
Lui rimase, atterrito, balbettò qualche giustificazione mentre lei chiamava un'ambulanza con il cellulare. Lei non gli parlò più, l'ambulanza arrivò e li portò in ospedale, tentarono un'operazione ma era troppo tardi, l'infezione si era propagata e aveva mandato la gamba in cancrena, dovettero amputargliela fino a sopra il ginocchio. Povera Colette.
domenica 25 aprile 2010
BINGO!
di Andrea Masotti
Quando sono entrati c'è stato un attimo di imbarazzo. Comprensibile. Io non mi sono fermato, non potevo fermarmi cazzodio, non potevo. Loro l'hanno capito, e adesso mi lasciano stare.
Tutto è cominciato in un inverno degli anni '90, all'Ariston proiettavano "A piedi nudi sul porco". Io sono entrato e ho raggiunto il mio posto in quarta fila, i primi fiati riempivano il buio della sala. Mi sono seduto e ho aspettato che la situazione si scaldasse. Al primo anale ho tirato fuori la verga eretta e dura, e ho cominciato. Da allora non ho più smesso.
La trivellazione del culo ha lasciato posto all'orgia, dall'orgia si è passati ai sadismi in lattice, un tripudio di falli dentro e fuori un tripudio di corpi, senza tregua, coriandoli di sborra disegnavano epicuree traiettorie nel basso cielo del cinema. E io sempre lì, a frizionarmi il cazzo con foga, i muscoli tesi e sudore freddo ai piedi. Mi masturbavo energicamente, l'erezione era granitica, ma qualcosa non andava. Non venivo. Non riuscivo a venire.
Il film è finito, le luci si sono spente, e io rimanevo lì, per ostinazione e per la foga che non cedeva, e lì sono rimasto, da allora.
Quel film è stato l'ultimo dell'Ariston, quell'anno il cinema porno ha chiuso, e quando tempo dopo hanno messo su il bingo mi hanno trovato ancora lì, nel mio posto in quarta fila, a masturbarmi. Operai gentili e pragmatici hanno chiuso la sala, e mi hanno lasciato nella penombra.
I mesi passavano e l'eccitazione non diminuiva, vivevo ogni giorno sempre sul margine del coito, con l'orgasmo in gola, dimenticato dalla fame e dalla sete, i sensi storditi. Forse più magro, più lento nei movimenti, con la schiena rachitica piegata su un pene perennemente fiero e sanguigno, di acciaio, a ripetermi con gli occhi chiusi "A piedi nudi sul porco" e tutti gli altri film, scena per scena.
E poi sono arrivati questi. Non so in che anno siamo, non distinguo il giorno e la notte, ho perso la cognizione del tempo. Quando sono entrati c'è stato un attimo di imbarazzo. Adesso sembrano essersi abituati a me, mi lasciano stare. Io piano piano ho ripreso vigore, tutta questa fervida attività intorno mi ha restituito freschezza, brividi di piacere scuotono lo stanco affanno di prima, solletico lungo la schiena, torno a maneggiare il cazzo con forza, su e giù, aumento il ritmo.
Forse quest'anno vengo.
come partire
di Andrea Masotti
PARTE 1
«Secondo alcune teorie, per dissimulare la presenza autoriale e la paternità su idee e posizioni -tentativi di idee e posizioni- che il lettore può ritenere politicamente "compromesse", un buon metodo è metterle in bocca ad un personaggio fittizio, meglio se caratterizzato da tratti che non rimandino prepotentemente all'autore», disse Giacomo lo sciocco, sottolineando -con il gesto apposito- la presenza delle virgolette su "compromesse".
«E meglio ancora, aggiungerei, se queste idee vengono inserite in un dialogo», aggiunse fuor di condizionale Geremia, «un dialogo che sappia dare l'illusione del contraddittorio, ma che sibillinamente spinga verso l'unico esito possibile. Comunque Umberto Tosi è un coglione razzista.»
«Si Chiama Flavio Tosi, razza di sciocco.»
PARTE 2
Il raccontino poteva anche finire lì, incisivo e banale come una barzelletta. Ma a quel punto una voce baritonale si levò dal fondo del vagone (siamo in un treno):
«Siete patetici. Pa-te-ti-ci.»
Geremia e Giacomo lo sciocco si guardarono vicendevolmente negli occhi, interdetti. La voce continuò: «La metaletteratura ha rotto il cazzo! Basta! È ora di finirla!»
A parlare era stato Gregorio, il quale subito dopo si alzò in piedi e morì soffrendo tantissimo.
sabato 24 aprile 2010
LECCORNIE
di Andrea Masotti
Ieri mi si avvicina un amico di vecchia data (il 1983, era vecchia già allora. Che capodanno stanco, quell'anno), mi si accosta questo mio vecchio amico -il Teo Limone- e mi esplode nell'orecchio una panzana.
È nel suo stile, è sempre stato nel suo stile esplodere panzane, lì per lì (lì²) non ci ho nemmeno fatto più di tanto caso. Poi ci ho pensato su.
Esiste una tribù, nel sud della Nigeria, dove lo status sociale è determinato dagli sguardi. Una determinata occhiata può farti salire al vertice della piramide, un aggrottarsi di ciglia può comportare la morte.
Ho invitato il Teo Limone in cucina. Non ho detto niente, mi sono alzato, e l'ho invitato a seguirmi in cucina. Su ogni superficie ancora non piegata al diabolico gioco dell'entropia, chilometri e chilometri di leccornie.
"MANGIA", ho detto. ("Mangia!", ho tuonato.)
Il povero Teo Limone ha spalancato gli occhi,
e ci piace ricordarlo così.
Io sono uscito, con le mie ormai proverbiali scarpe.
Sono andato in via Pallone.
giovedì 7 gennaio 2010
Atti degli Apostoli - 9; 11; 13-28
Elisabetta, pur conscia del rischio di inciampare nell'autoreferenzialità, si svegliò anche quella mattina.
Il peggio è passato, si disse, e si alzò senza smettere di stringere Marcello.
Marcello era il suo primo fidanzatino, morto di quel brutto male ancora in prima elementare. In obbedienza alle sue volontà, il bimbo era stato imbalsamato, e la madre aveva deciso di lasciarlo ad Elisabetta. E com'è come non è, Marcello aveva smesso poco a poco di essere un feticcio del ricordo, ed era diventato semplicemente il suo peluche preferito, con cui dormiva ogni notte.
Va be.
Il punto è che i cuscini andavano sprimacciati, come puntualmente si disse Elisabetta soppesandoli con lo sguardo: "I cuscini vanno sprimacciati, il verbo deve prendere aria, lo merita, è davvero un bel verbo", e mise tutti i cuscini dentro il grande zaino, uscì e cominciò a camminare verso la campagna.
La cruda campagna d'inverno, la terra dura e fredda e i fili d'erba che si spezzano come dita ghiacciate sotto i piedi di Elisabetta, il sole pallido e lontano, aria dura e fredda e senza profumi che entra nel naso con la forza del nord, entra a violentarle il naso, Elisabetta cammina con lo zaino pieno di cuscini sulle spalle, cammina nei campi piatti, la bruma le taglia le gambe e la fatica le spezza il polmone.
Ah, inverno, prendimi.
E invece: eccola lì, ad un certo punto, dietro il grande cespuglio di tabasco, la sgradita epifania. (Succede sempre così, porcocane, che uno butta una cosa e poi emuli incivili cominciano a imitarlo, e va a finire che un bell'angolo di pianura diventa una discarica. E poi, che cazzo, ma a chi mai può venire in mente di venire a scaricare qua, proprio qua, in mezzo al nulla? Ma porcocane.) Dietro il grande cespuglio di tabasco, solitario in mezzo ai campi arati, c'era una carcassa di computer.
Elisabetta si avvicina, scansa i rottami del monitor, pesta con stizza il mouse rotto, e a quel punto li vede: sparsi tutto intorno, nella terra, decine e decine di files.
Incuriosita, si china a raccoglierne uno. Questo:
Capite bene come a quel punto non poteva non venirle in mente la massima stoica secondo la quale l'esistenza è una prigione con la porta sempre aperta. Inutile lamentarsi: possiamo uscire in qualsiasi momento.
sabato 5 dicembre 2009
mercoledì 11 novembre 2009
Rutelli lancia il suo movimento, si chiamerà "Alleanza per l'Italia"
Perchè? Mi chiedo.
Ho la pipì che puzza di medicinali e non vedo il sole da giorni, se non in cielo, scorro lepido le pagine del satellite e finisco su RED, questo canale nato rudere sugli ingiusti ruderi di NessunoTV, se ben ricordo, e adagio i miei nembi su questa non pretenziosa MTV nostrana.
Lascio andare, e torno a studiare. Ad un certo punto, una fitta nel costato. Per un riflesso che la settimana, animale ciclico, ha insegnato ai miei gesti, mi alzo in direzione del cesso. Poi no, sento, capisco, mi giro: la musica si è interrotta, Rosy Bindi sta parlando.
E' il congresso del PD. Un brivido mi sale lungo la spina dorsale, mi aggrappo ad una sedia, guardo la porta, via di fuga lontana, sono da solo in casa. Ho paura. E adesso che cazzo faccio? Cazzo cazzo cazzo. Sono solo in casa, otto giorni di malattia mi hanno tolto forze e lucidità, ho paura.
Calma. Mi devo calmare. Movimenti lenti, fare finta di niente, è la cosa migliore. Senza smettere di stringere la sedia mi siedo, alzo piano lo sguardo verso la televisione, allungo la mano verso il telecomando, adesso a parlare è un giovane dall'accento toscano. Un suo acuto blocca il mio dito a pochi millimetri dal tasto "mute", la mano trema, la ritiro, rinuncio, cerco di respirare a fondo. Inspiro, espiro, inspiro, espiro. Chiudo gli occhi, comincio a ripetermi, a mezza voce: "la sinistra la sinistra la sinistra la sinistra la sinistra la sinistra oddio la sinistra la sinistra la sinistra esiste la sinistra non è un concetto la sinistra la sinistra la sinistra la sinistra non è questa non può essere questa la sinistra la sinistra la sinistra..."
La cantilena non smette, il pensiero per un attimo vola via, vola a te, che dove sei finito, che fine hai fatto amore mio, quand'è che abbiamo smesso di volerci bene, cominciano a comporsi le linee del tuo volto, i riccioli della tua barba, comincia a pronunciarsi la domanda, perchè, sto per chiedermi, perchè amore mio perduto, riapro piano, provvidenzialmente, gli occhi. Gad Lerner è sul palchetto.
E' sabato, c'è il pane fresco, spengo la televisione e la mia stupida commedia, capisco che il nesso di tutto sono solo io, le risposte sono semplici e tristi, che riduttiva che è l'esistenza, se la guardi quando non ti vede.
Mi faccio un panino col polipo, verso le tre lo vomito e mi rimbocco le maniche.
lunedì 19 ottobre 2009
giovedì 10 settembre 2009
IL PODCAST DEL MANGIAMERDA
Lady Mangiamerda ha le sue cose.
Quando ciò accade, signori miei, meglio starle alla larga. Morde.
Con cautela l'abbiamo seguita, quatti, ai giusti passi di distacco.
E crogiuolo e raschietto e cucchiaio alla mano, sfidando l'anchilosi, ci siamo ripetutamente piegati: a ricuperar del regal mestruo la traccia.
Ed ecco, a voi:
Il Traghetto Mangiamerda ha il suo podcast.
Che diavolo...?
Nato ancillare a RadioTraghetto, è destinato a diventare ben più di una costola di Rosamaria di Sterco. Svincolato dalla gabbia della contemporaneità, caro avventore, potrai ascoltare i nostri migliori prodotti sonori -passati o meno dalla diretta radio- e perfino abbonarti ad essi. Questo è il podcast! Questo è il potere di Greyskull!
Toccami in questi punti:
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dietro l'orecchio: diritti al nostro podcast
Godrai anche tu,
di riflesso.






