pudenda
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lunedì 14 aprile 2014

Uscito dal bagno, ancora sbalordito, incontrai Arthur.

sabato 28 settembre 2013

milf

Credevi che il fallimento fosse più appassionante?
Ah, ora vieni qua, su, avvicinati, siediti sui miei galloni, accosta il tuo intelletto alle mie labbra.
Non ti spiegherò nulla.

Credevi che fallire fosse molto meno appassionante di così.
Io mi accoccolo qui, tu mi metti qualcosa di umido nell'orecchio, questo è il patto.
Dovranno passare parecchi anni perché, insieme all'imbarazzo, arrivino le risposte cui aneli.

Nel frattempo, ti siano unguento gli acrostici
ti siano talismano
toccasana
apotropea
shampoo

Io tocco la finestra e guardo le colline
- più o meno questo è il patto -
e mi accorgo che sto per accorgermi di qualcosa
e invece no.

sabato 26 gennaio 2013

Remo Bodei

Il chitarrista ebbe un momento di esitazione, fu un attimo, non ebbe tempo di pentirsene. La folla si riversò sul palco con un unico ruggito, e lo divorò. E sì, in mezzo a quella folla c'ero anch'io. Gli ho mangiato la guancia sinistra. Cosa mi è preso?
Sono fatto così, sono un impulsivo, vivo in una fattoria piena di landraci e non di rado vado a sassi nelle conifere intorno. Mi chiamo Diodojo, e questa è la mia storia. Sedetevi, se credete.
Mi sono svegliato circa un anno fa dentro un corpo non mio, come a volte capita nei racconti. Mi spiego meglio: mi sono svegliato ed ero dentro il corpo di un'altra persona, e non parlo di transfert mentali, ero proprio con tutto il mio corpo dentro un altro corpo, un altro corpo mi avvolgeva come una muta da sub. Naturalmente non ho capito subito cosa stesse accadendo, mi sono svegliato e ho sentito le palpebre sfregare contro qualcosa, aprendosi, un peso morbido e umido mi premeva in ogni punto, mi schiacchiava la bocca, mi è venuto naturale cominciare a dimenarmi, cercare la luce, l'aria. Mi ricordo ancora quei terribili istanti, mi divincolavo annaspando dentro quella specie di armatura che si opponeva ai miei movimenti, il corpo che mi conteneva faceva resistenza, piegavo il collo all'indietro e lo sentivo tornare in avanti, aprivo le braccia nel tentativo di trovare una breccia, i muscoli intorno ai miei muscoli mi stringevano in una morsa, finché a un certo punto devo aver penetrato una feritoia, un'uscita, ho sentito un ginocchio cedere, il rumore di qualcosa che si lacerava, e non so di preciso, all'improvviso ero fuori. Una situazione senza aggettivi: io respiravo a fatica, piegato in due, ricoperto di brani di carne e sangue. Dietro di me, intorno a me, ai miei piedi, il corpo smembrato che fino a pochi secondi prima mi conteneva. Ho alzato lo sguardo. Almeno una ventina di persone, eleganti, in piedi davanti ad una tavolata imbandita, nei loro poveri occhi il terrore.
Ecco, lì è cominciata la mia lunga fuga.
Ho attraversato Vicenza in otto mesi, prendendo qualsiasi mezzo, soprattutto autobus.

venerdì 1 giugno 2012

è uscito il nuovo numero del Traghetto Mangiamerda, Il. Dove è diretto? Cos'è quel ghigno sul volto? Qualcuno lo fermi.

Sì.
Ecco a voi, a mo' di stuzzichìo, la smaccata copertina:



e un timido accenno di interni:

Potete soprendere il numero nelle prime ore del meriggio,
pascolare nelle radure di Verona
bighellonare per le falesie di Bologna
stramazzare dalle feritoie di Padova

Lanciatevi in questa avventura:
il nuovo numero 
del Mangiamerda Traghetto!
Sarà la vostra ultima avventura.


Nei commenti di questo post, come tradizione, stipate pure giudizi, pregiudizi, ypogiudizi.

lunedì 30 aprile 2012

I nuovi francobolli

È una tra le superstizioni umane quella per cui, quando ci si vuole intrattenere con dei cari momentaneamente lontani, si getta in dei pertugi ad hoc, analoghi a tombini fognari, l'espressione scritta della propria tenerezza, dopo aver incoraggiato con qualche elemosina il commercio, pure così funesto, del tabacco, e ottenuto di ritorno delle immaginine indubbiamente benedette, le quali si baciano devotamente sul didetro. Non è affatto questo il luogo dove criticare l'incoerenza di tali manovre; è indiscutibile che delle comunicazioni a distanza siano possibili per mezzo di esse.

Questa abitudine è sicuramente antica, dato che le figurine - i francobolli, per chiamarli col loro nome - sono assai noti. Fummo dunque sgradevolmente sorpresi, pochi giorni orsono quando un tabaccaio ci affidò, contro i nostri quindici centesimi di buona lega, un'effigie inedita, e restammo nella medesima perplessità che se ci avessero passato una moneta falsa. Non ci servì a niente l'obiettare al negoziante che il suo nuovo francobollo da quindici centesimi fosse poco gradevole al vedersi e che non pensavamo che ne avrebbe venduto tanto come dell'altro. Invano facemmo appello alla sua moralità, poiché la vignetta rappresenta una scena piuttosto incresciosa: una donna, cieca e con un braccio al collo, seduta su una seggiola pieghevole, impietosisce i passanti a mezzo di un cartello che promette all'uomo, sulla sua persona, tutti i diritti; sopra la sua testa sta in equilibrio una lanterna con il civico della sua casa. Il prezzo si alza, per gli stranieri, fino a venticinque centesimi, per quanto sia sempre la stessa donna.

Dei francobolli da 40, 50 centesimi, 1 franco, dalla forma larga da copertina d'album, tirati sontuosamente in due colori, non abbiamo potuto divinarne l'uso. Si racconta che anziani prodighi paghino degli esemplari di lusso fino a due e quattro franchi.

I francobolli da 1, 2 e 5 centesimi ci sembrano soddisfare a tutte le esigenze: la loro cornice in figura di ferro di cavallo li rende degni di servire da insegna al maniscalco, quanto da ex-libris al poeta, quest'ultimo a causa di Pegaso. Non sapremo mai troppo consigliare di sostituire, in ogni occasione, il numero che sarà necessario di questi francobolli da un centesimo ai francobolli da due e quattro franchi.

I contribuenti, che stipendiano una polizia per perseguire i venditori di carte trasparenti, comprano e fanno circolare questo museo di orrori; essi li comprano e – quando è così semplice sputarvi sopra! - li leccano.

Alfred Jarry, La Revue blanche, n° 183, 15 gennaio 1901
(abbozzo di traduzione di milza)

sabato 15 ottobre 2011

ADDIO AL CELIBATO

Un indignitoso omaggetto dal Kolkhoz Mangiamerda al nostro Felicio Milza, che si è sposato. Accogli o Riccardone a guisa di goliardica scudisciata e come segno del nostro amore questo vergognoso e inconcludente raccontino a più mani, e quel che segue.
Noi ti si aspetta al varco.
Vivài sposi.



ADDIO AL CELIBATO

Aveva degli amici amanti del paradosso, e lo sapeva. E in fondo era lui stesso un fervido praticante dell'obliquità, dell'esagerazione sibillina, dell'insensatezza portata alle estreme conseguenze.
Ma quello che accadde quella sera non poteva in alcun modo prevederlo. Non poteva lui e forse non potevano nemmeno loro.

Quando la puttana cominciò ad agitargli le tette davanti al naso, grandi tette negre e odorose, gli venne in mente la risposta sferzante che avrebbe voluto dare ad un suo alunno, quel pomeriggio. La risposta, per come poteva formularla una mente già confusa dalla tequila e a pochi centimetri da un paio di vastissimi capezzoli, suonava circa così: "forse non ti rendi conto che Gutenberg è morto di crepacuore per molto peggio, piccolo stronzetto."

Lo riportò al presente un violento dolore all'anca sinistra. Carlo gli aveva conficcato una grossa siringa nel braccio, bucando i vestiti e spingendola dentro la carne di diverse dita.

"Cosa stai facendo, si può sapere?"
Carlo non diceva niente, rideva e basta con la sua faccia larga da prendere a sberle. Aveva gli occhi schiacciati e stretti per colpa del riso idiota, con l'altra mano gli toccò con presa decisa il braccio come a voler facilitare il gesto di estrazione della siringa.
Quando smise di ridere, il volto di Carlo si fece serio e quasi timoroso, lo guardò fisso negli occhi e con quel terrore discreto nell'esitazione delle parole, gli chiese quale fosse la differenza tra estetica e logos.


Nel frattempo la puttana continuava a dimenare le sua mammelle rigonfie e allungate come due sacche piene d'acqua.

Lui le fissava l'attacco del seno, appiattito e svuotato rispetto al resto, contava le pieghe, le piccole grinze di quel petto condannato al passare del tempo. Ci vedeva i vicoletti e le strade trafficate di Padova il mercoledì sera. Si immaginava lì, in una di quelle lunghe insenature poppute, seduto e dignitoso, ad accarezzare gattini, quegli stessi gattini che non tanto tempo prima Maria gli aveva cucinato, debitamente spellati e privati delle loro fastidiose unghiette. Un gran zuppone di gattini spappolati, che scivolava giù per il suo gargarozzo come un bambino dal costume pieno di merda sullo scivolo d’un acquapark.

Attaccò quindi con una citazione casuale a braccio di Galimberti, il suo nume tutelare, tanto per dar da mangiare alla stolida facciona di Carlo: “Una virtù (areté) che è cammino verso il centro invisibile e indicibile (árretos) da cui solamente è possibile il dispiegarsi di quelle armoniche circonferenze che sono il diritto, il rotondo, il bello e il giusto. Ma per questo ci vuole altissima conoscenza (méghiston mathémata), quella conoscenza matematica per cui Platone fa scrivere sulla porta della sua scuola Non si entra qui se non si è geometri.”


E fu sulla parola méghiston che, emettendo come un fischio dalle labbra negroidi, un fremito crescente scosse le mammelle e l’intero ventre della scura puttana, tanto forte da farla cascare a pancia all’aria, come una tartaruga dal guscio mollo e flaccido.


Si risvegliò in un cesso che non era il suo al suono ruvido di una verde milonga dei caraibi occidentali. Era probabile che lo sperma tra le sue mani fosse il suo, ma non ci poteva scommettere, perché in questi casi non si ha mai la certezza dell'appartenenza. Dov'era andato Carlo? Forse si era offeso per Galimberti? Lo sapeva bene che Galimberti a Carlo stava sui coglioni, ma se lo meritava: in fin dei conti lo aveva svegliato con una siringa vuota, fosse stata piena almeno. Voleva ritrovare la negra? Dov'era la negra? Per lo sconforto si mise a tamburellare sulle pistrelle bianche del cesso con le dita ancora sporche di sperma, che poteva essere il suo, ma a dire il vero non era tanto sicuro di riuscire a distinguerlo dagli altri con precisione.


In quel preciso momento, da qualche parte oltre l'oceano e la barbarie, ninetto accarezzava le zampine della sua oca da passeggio.



più l'accarezzava più la tensione saliva.

più l'accarezzava e più si sentiva solo.

più l'accarezzava e più dormiva come un ghiro.

gli amanti del paradosso non avevano idea di chi fosse.

all'improvviso fu terribile quello che non gli successe: non gli successe nulla di terribile.

aprì la bocca, ne uscì un pesce. aprì la bocca ne uscì un pesce.

aprì la bocca ne uscì un pesce. aprì la bocca ne uscì un pesce.

aprì la bocca ne uscì un giaguaro. aprì la bocca ne uscì uno stornello:

walter sei il nostro kennedy. oh kennedy. oh kennedy.

boia dio, pensò l'oca, questa è una hit!


Prendo una zattera che ritorna alle barbarie, lo vedo mentre prova ad assaggiare il gusto delle sue dita per capire se la sostanza (denominata: sperma) è un prodotto del suo corpo o altro; la sensazione al palato è simile alla patina che si forma sui gamberetti fritti ed è impossibile stabilirne la provenienza.
La verde milonga prosegue il suo cammino sonoro incurante dello stato d’animo che impegna la cognizione del Nostro che, risvegliatosi in un cesso ancora differente dal suo, arranca tra le sporgenze dei rubinetti e gli asciugatori color panna. L’immagine degli specchi non regala una vista dignitosa e raggiunto qual’era il pomolo della porta s’affaccia sul cortile adiacente la toilette: un piede dopo l’altro, un passo, due passi, le zampine dell’oca da passeggio nel frattempo vengono tranciate, ma questa è un’altra storia, tre passi, una negra popputa, Sciao Ammore! Chi sei?
Ignorando le avance prosegue nel suo cammino eroico verso la meta, un cancelletto lo libera dallo steccato in bianco legno macchiato di bassa qualità, dieci passi, undici, dodici, il sentiero di ciotoli lo guida fino ad una panchina di sassolini assemblati dal cemento; esausto, si siede, respira a bocca aperta, ciondola il cranio appoggiando i gomiti sulle rotule.
Riapre gli occhi, un divano variopinto accudisce le sue natiche, la milonga ha lasciato il posto al rituale di benventuo della casa: Sciao Ammore! Realizza d’avere le dita ancora imbrattate, non ne assaggia la provenienza essendo certo della natura di quella pastella biancastra ma si ripulisce le mani strofinandole sui morbidi cuscini.


Poi la porta si apre e finalmente entra.
Una figura ossuta, erosa dagli anni, che si trascina a stento su delle gambe ormai molli e stanche. Gli occhi, grigi e spent,i sono coperti da grumi di capelli unti e mal curati. Indossa abiti appartenenti ad epoche ormai dimenticate il cui odore fa lacrimare gli occhi.
Riccardo inzia a tremare desidernado di sprofondare nel divano per mai più risalire.
La figura emette un lungo lamento simile ad un clarinetto boemo del sedicesimo secolo ( non al suono del clarinetto per essere chiari, ma al calrinetto stesso) per tredici minuti e trentasette secondi.

- Sei la morte? - Chiede Riccardo al tredicesimo minuto e trentottesimo secondo.
- No, sono il Celibato, Dio can. -
- Ah.... Allora addio Celibato. -
- Addio Riccardo. -




mercoledì 21 settembre 2011

Cigno

Mentre Calpurnio cercava di raccogliere da terra il coraggio e i pantaloni calati con fare goffo e imbarazzato, il Dott. Lambretta si stava già togliendo i guanti di lattice.

- Cos'ho, Dottore?
- Signor Calpurnio, lei ha un cigno nel culo.

mercoledì 1 dicembre 2010

un hobbie come un altro

Terza tappa: piazzale Loreto.Qualcuno propone la tangenziale ma ci rendiamo conto che non abbiamo materiale adatto per un azione del genere. In Loreto al grido di “blocchiamo tutto blocchiamo subito” e “ne facciamo uno al giorno” il blocco avviene grazie all’arredo urbano(troppo poco) presente in loco. Cartelli divelti e cestini ribaltati. La madama arriva quasi subito. Lasciamo le improvvisate barricatine a fare il blocco al posto nostro. Di nuovo nella metrò.

mercoledì 3 novembre 2010

poesia mancata di un soffio

mi piace puntare in alto
al soffitto
lo schianto fa più coriandoli

lunedì 25 ottobre 2010

strade

Seduto all'aperto al tavolo di un bar Rama osservava le scarpe di tutti i passanti.
Hai superato i trent'anni, gli diceva Anna, é ora che trovi la tua strada.
Rama ditolse lo sguardo da terra e fissò il tappo di sughero posato accanto alla bottiglia sul tavolo accanto. Per un momento guardò Anna, poi prese il tappo, lo fece scurire sulla fiamma della candela del tavolino al quale erano seduti, traccio col nero del tappo una linea a terra, sull'asfalto, che terminava con una freccia.
Fissò Anna negli occhi, Ci provo, le disse.
Si alzò e inziò a camminare in direzione della freccia appena tracciata, perdendosi nel traffico.

giovedì 21 ottobre 2010

caffè

Anna ogni tanto, dopo minuti di silenzio, mi chiede a cosa penso.

Mi sembra sia rimasto tutto come ai tempi di Gozzano -le dico- le signorine in pasticceria che bevono il ciccolatte e si sciolgono per qualche novello dannunzio, forse con ancor meno arte. I progetti e i programmi futuri, la nuova passerella universitaria dove sbrigarsi e fare in fretta ad arraffare, tenere gli occhi aperti al buon partito. I tavolini pieni, gli spritz malfatti senza il vino fermo, le ballerine nuove e gli stivali di stagione. Le diete per snellire i fianchi, i pantaloni per fasciarli bene, le gonne corte o lunghe, dipende dalle gambe, le mode che cambiano e ritornano. Ci sono i telefoni è vero, le televisioni i computer. Niente più lettere profumate scritte a mano, niente più lacrime a bagnare le pagine o ciocche di capelli come pegno. Qualche messaggio d'amore sul telefonino, che passa di mano in mano sugli smalti colorati che guardo sempre con attenzione maniacale. Non più teatri ma concerti e aperitivi, dove conta ancora esserci e narrarsi, non mancare le occasioni.

Di solito Anna mi interrompe annoiata. E tu, mi chiede, cosa vorresti fare?

Io starei qui al bancone a bere i miei caffè, guardare attorno tutti che si accalcano, annoiarmi un poco, annoiare, per qualche anno almeno.

mercoledì 29 settembre 2010

Poi ci ho pensato su

sabato 11 settembre 2010

Balconing

Salve a tutti, approfitto di questo blog per raccontarvi la mia storia. È una storia un po' triste, ve lo dico così prima di procedere -suggerisco- potrete prepararvi un drink ristoratore. Un whisky, suggerisco.

Ero un ricercatore (primo sorso). Da ricercatore, ho passato i miei anni migliori a cercare un modo per permettere anche ai ciechi di ascoltare la musica. Quando mi sono accorto del mio sciocco errore1, nell'esatto istante in cui me ne sono reso conto, ho sentito chiudersi dietro di me la porta dei miei anni migliori ("clack!", non "sbam!": il che ha aggiunto una sottile beffa al danno).
Ho chiuso gli occhi per un attimo, ho fatto un respiro profondo, e ho raccolto la caparbietà che mi rimaneva sotto le unghie. Bene amico mio, mi sono detto2, vediamo cosa abbiamo qua. I miei anni peggiori, questo avevo davanti, questo mi rimaneva.

Quando ti rendi conto di aver toccato l'apice -lo senti, o per pigrizia decidi che ok, può bastare- è avvilente la consapevolezza che tutto il resto è china discendente3, e a quel punto capisci che il suicidio non è un'ipotesi così marrana. Andarsene, senza disperazione, senza tragedia, suvvia non siamo patetici, che mai sarà. Senza cordoglio. (Cordoglio, figlioletto, estremisti, strage annunciata: un giorno ci sarà da scrivere qualcosa sulla terminologia delle 20 e 30. Per adesso ci limitiamo a notare che è il secondo post di fila in cui in un modo o nell'altro fa capolino il suicidio. Amici miei, non vi starò forse lanciando un segnale? Forse no.)

Quindi mi sono avvicinato al balcone.
Un anonimo balcone4 di un modesto hotel di Ibiza. Mi ero rifugiato su quell'isola dopo aver visto Broken Flowers di Jim Jarmush, in barba ai nessi causali, a Ibiza forse avrei trovato momentaneo sollievo dalla frustrazione dentro qualche facile coito. Ma no, i miei trentanove anni di precariato sprecato mi premevano le spalle come un massaggiatore insolente, lo scoramento era inesorabile, non vedevo via d'uscita. Il balcone.
Mi sono sporto, l'aria di mare arrivava fino a lì, ah che inutile ebrezza, ah quanta gioventù persa -amico mio- a correre dietro ad un sogno sciocco, ho guardato in alto, il cielo senza stelle mi parlava in qualche modo di dio, sono salito sul parapetto del balcone e ho chiuso gli occhi.

Un urlo me li ha fatti riaprire, rompendo l'incanto che come si sa sempre precede il momento del suicidio. Niente tragedia, certo, era nei patti. Ma un minimo di teatralità è di dovere, in questi momenti. E invece un urlo sguaiato interveniva a rovinare tutto quanto. Ho dovuto fermarmi. Mi sono girato, e sono rimasto come si dice a bocca aperta5: dagli altri balconi, suicidi come se piovesse.

A dire la verità, non avevano la guisa che ci si aspetta da un suicida: nessun silenzio, nessun incanto, decine e decine di ragazzi si lanciavano nell'aria della notte gridando e ridendo. Un gioco, ah ah.
Ho guardato giù, dieci piani più in basso c'era una piscina. Dentro, risate e sguazzi. Al bordo, intorno, tre o quattro corpi, nel sangue. Ah ah. E ancora, in continuazione, dai balconi e dalle finestre, corpi e corpi. Ah ah, molto simpatico: lemmings.

Guardandoli, il primo istinto è stato di desistere.
Poi improvvisamente6 ho capito: l'apice della mia esistenza non era ancora raggiunto. Il picco, la gloria, era proprio in quel frangente: il salto, il volo, l'impatto. L'ho capito guardandoli, l'ultima lezione -chi l'avrebbe detto- l'ho subita così, da questi sbarbini zeppi di sostanze psicotrope e noia altoborghese, l'ho capito guardando loro. La maestosità della vita concentrata nell'arco che precede lo schianto, nel momento che precede il lancio, nello schianto stesso.
Sono tornato nella stanza, mi sono sistemato i capelli con un pettine, sono uscito di nuovo e mi sono lanciato.

Ovviamente7 ho centrato la piscina: è per questo che ora potete leggere queste righe.
Scendendo, più o meno all'altezza del settimo piano, ho pensato con un sorriso a quanto fosse in fin dei conti perfetto il contesto, ironica la situazione: un quarantenne rispettabile, in palandrana e pantofole, senza alcolici o allucinogeni nel sangue e con 18 punture di zanzara sulle gambe bianchicce, spiaccicato al suolo in mezzo a una massa di giovinastri perduti, le mie carni confuse alle loro, identità biografie e intime ragioni, tutto mischiato nel sangue, ho pensato cadendo. E ho visto, con gli occhi che vedono all'indietro, all'interno -immaginazione aperta, spazio rubato a quello che dicono dovrebbe essere lo scorrere veloce di tutta l'esistenza- ho visto cadendo l'immagine di me che cadevo, dal basso, al rallentatore, un vecchio in palandrana e pantofole e sguardo assorto, come una stella filante in mezzo ad altre stelle filanti, l'unico silenzioso, tra le urla, il solo vero suicida, ho pensato cadendo, con un sorriso.
Ma ho centrato la piscina.

Di quello che è successo poi che dire, come dirlo, è presto detto. Da lì la mia vita ha preso una piega inaspettata: sono diventato una specie di eroe per quei ragazzi, ho imparato i rudimenti del parkour e della noia altoborghese, i ciechi e la ricerca non mi interessano più8, e da allora ho capito. Ho capito che forse è vero che l'apice lo si tocca una volta sola, e più su non si va: ma è anche vero che vi si può rimanere attaccati, all'apice, facendo della determinazione una ventosa.
Ora passo le mie serate al bar con il gruppo, ci diamo fuoco alle braccia, guardiamo le partite, parliamo di Foucault. E io da qua non scendo.
Ieri il Fuz è morto mangiando una cesoia.





1 i ciechi non capiscono niente di musica.

2 io sono mio amico.
3 l'inchiostro, nel tragitto dal pennino al foglio.
4 in realtà il suo nome era Giorgio -il nome vero, primordiale, che precede e elude la nominazione- e la sua storia è invero interessantissima. Sedetevi, ve la racconto: Giorgio all'epoca del nostro racconto era un balcone schivo e taciturno, ma non era sempre stato così.
5 qua si inciampa in una domanda, mal formulata e probabilmente ubriaca: il meccanismo del riflesso concepisce la bidirezionalità? Ovvero: se muovo la coda ad un cane lo rendo felice? Se inumidisco una vagina (con una spugna, ad esempio) la rendo felice? Io stupisco ad ogni boccone, ma sono un'anima bella, non faccio testo.
6 c'è qualcosa di maledettamente triviale in questo avverbio. Quando scopro cos'è, son cazzi amari per tutti.
7 ovviamente no, dai. Ben più prevedibile è il topos della voce narrante che poi si scopre appartenere ad un morto. O tempora, se per racimolare un tozzo di stupore bisogna ricorre all'ovvio! Notabile l'impacciato ricorso a due latinismi e il riferimento allo stupore nel giro di poche righe: attenzione compagni, la spirale si fa sempre più stretta.
8 la spirale si fa sempre più stretta, il whisky spero per voi ne sia rimasta almeno una goccia.



venerdì 27 agosto 2010

ai Kirillov

Questo annuncio è rivolto a tutti i suicidi, ovvero agli aspiranti tali.
Mi presento. Sono una persona "malata", secondo i canoni di questa società: amo uccidere.
Più esatto dire che non posso fare a meno di farlo, il che fa di questa pulsione a tutti gli effetti una malattia. Io per primo me ne rendo conto e lo ammetto, non senza sforzo.
Al razionale riconoscimento dell'impraticabilità sociale di questa inclinazione -e a fare più rotonda la mia presentazione a voi tutti-, si aggiunge un'innata e profonda sensibilità nei confronti del prossimo mio: pur quotidianamente spinto all'omicidio da qualche bizzarria della psiche, non potrei farlo, assolutamente, nella consapevolezza di rovinare in tal modo un'esistenza.

Avrete capito dove voglio arrivare. Suicidi cari -ovvero aspiranti tali-, con voi il discorso vivaddio cambia! Passo quindi ad un registro più veloce e pratico, non voglio con le mie parole far convinto nessuno che già non lo sia.


Suicida.
Ovvero aspirante tale.
Novello Seneca.
Mi rivolgo a te!

TU che stanco di questa stanca vita,
TU che per questo o per quello hai scelto di indossare l'estrema cravatta,
TU la cui mano trema, pietrificata dal terrore, sul grilletto.
Ci sono qua io!

per morti indolori o morti strazianti
ardite soluzioni sceniche
massima igiene e cura nei dettagli
all'occorrenza, un tocco di ironia!

astenersi mitomani ed esibizionisti
e labrador


mercoledì 25 agosto 2010

Segnalo: Premio Formiche Rosse


Mi permetto di segnalare:
PREMIO DI NARRATIVA ESSENZIALE FORMICHE ROSSE

Come questa qua sopra.

sabato 21 agosto 2010

Il Grande Gioco delle Catene Associative presenta: Rosso.

Rosso
Libretto
Mao
Maramao perchè sei morto
Cossiga
Flaccidume
Marciume
Putrido
Porchetta
Viali
Peripatetica
Aristotele
Motore primo
Frizione
Freno
Incidente
Semaforo
Rosso.

sabato 7 agosto 2010

Un vero duro

Lettera allo zio Carlo che vive in America,
Mi chiamo Lorenzo, tu non mi conosci, ma io sì perché di te mi ha parlato mio cugino Luca, dice che sei una forza della natura, uno grosso che mena tutti, un vero duro. Sai anch'io sono un vero duro. Non ho paura di niente, neanche del buio pesto della casa dei Loredan, che hanno una casa proprio nera, che quando con il Marco vado a saltare vicino al Piganzo, e lì c'è la casa nera dei Loredan, io lo proteggo. Perchè lui il Marco ha una tale paura, che si aggrappa con le unghie alla mia pancia e affonda la sua testolina fifona dentro la mia schiena, lì, sai no, in quella parte del corpo che la mamma quando accusa i dolorini alla schiena, chiama zona lombare. Intanto io faccio da scudo. A parte quella volta che pioveva e per terra c'era un tale paciugamento che mentre proteggevo il Marco, e tiravo fuori dallo zaino l'ombrello della nonna Maria, quello con le macchie di gheopardo, non so come, sono caduto, e sono scivolato sulle foglie impantanate. E sai, come capita spesso in questi casi di cadute, ho perso gli occhiali e non ci vedevo più tanto bene. C'era quasi buio e si sentivano dei rumori paurosi, di vento e pioggia insieme, e qualche lamento che secondo me proveniva dalla casa dei Loredan, anzi ci giurerei. E lì, bhè sai, lì un pò di cagarella l'ho presa pure io. E con il Marco siamo tornati a casa, più veloci della luce, roba da non crederci. E poi io mi sono infilato nel letto della mamma, nel suo petto morbido di pizzi e cotone. Lo so questa non è una cosa da veri duri, comunque è successa solo una volta, non ne ricordo altre.
Perché io, dicevo, sono un vero duro. Per esempio quando io e la Lisetta andiamo al cinema a vedere quei film sentimentali che piacciono alle femmine, bhè, e camminiamo lungo una strada che te la raccomando, ci sono certi malviventi, certi delinquenti. Bhè io sto dritto come un asse da stiro, con gli occhi attenti, e faccio passare il braccio sinistro dietro il collo della Lisetta, per tenerla al sicuro. E se qualcuno si avvicina, li mollo un destro che se lo ricorda per tutta la vita.
E poi bhè quando vado ad aiutare il papà in autofficina, dovresti vedere come sono bravo a riparare le macchine, con l'unto e il grasso dell'olio, che poi è un lavoro di responsabilità, che se non lo fai bene, poi i clienti li senti e tirano certe madonne che il babbo quasi si intimorisce. Io no, io li mando a quel paese, ad ogni modo non capita quasi mai, perché il mio lavoro lo faccio proprio bene.
Il problema zio Carlo, non so come dire, sai, non è una cosa facile a dirsi, ma quando sono solo mi piace piangere, mi godo da matti a farmi lunghi piagnistei che mi rigano le guance, e poi a tirar su lacrime con la lingua, come se la lingua fosse una paletta di plastica con cui i poppanti raccolgono l'acqua del mare. Piango in continuazione quando sono solo: per esempio nel sottoscala, ecco vedi, nel sottoscala, dove la mamma mi manda a prendere il latte, quando nel frigo è finito, mi faccio di quei pianti da far venire la faccia brutta e rossa come un pomodoro. Oppure piango sotto la doccia, che lì non mi vede nessuno perché tiro sempre la tenda. A parte questo io sono un vero duro, proprio come te.

venerdì 6 agosto 2010

Pompage

Accadeva sempre nella stessa maniera, e anche quella sera, come quasi tutte, aveva spento le luci intorno, si era sdraiata sul largo letto pieno di cuscini e aveva cominciato a leggere. Il rumore delle prime pagine che si sfogliavano erano un muto reclamo, e lui dalla scrivania si era avvicinato al bordo della sua lettura -Requiem, di Tabucchi- le aveva preso i piedi sulle ginocchia, e aveva cominciato a massaggiarli. Prima il sinistro, lentamente, con forza, premendo la pianta con i polpastrelli, lentezza artigiana, piedi come pasta di pane. Così funzionava, quasi ogni sera: lui la guardava, le intuiva il volto nascosto dietro al libro aperto, e con le mani continuava il paziente premere e allentare, scandendo movimenti e respiro come una nenia antica, come un rituale.
Ma quella sera accadde qualcosa. Ad un certo punto, da dietro l'ipnosi della carezza, lui sentì tra le dita uno strano scioglimento della tensione, ogni rigidità all'improvviso cadde, il piede non faceva più resistenza. Abbassò lo sguardo e per un attimo non poté credere a quello che vide: si era staccato. Il piede di lei si era staccato, e gli era rimasto in mano, grondante sangue. Lo sconcerto gli tolse la parola, e nel tempo del silenzio -brevissimi istanti- la reazione fu convulsa: guardò lei dietro al libro, lei continuava a leggere, non si era accorta di nulla, lui non pensò all'incongruità di ciò, non ne ebbe il tempo, nel suo petto salì un moto di paura mista a vergogna, deglutì, tremò, si guardò intorno, la sua mano libera trovò brancolando -chi sa come- un rotolo di scotch per terra, e con una rapidità e una precisione non umane glielo riattaccò, le riattaccò il piede, dieci giri decisi attorno alla caviglia.
A quel punto si fermò, immobile, guardando lei ancora assorta nella lettura, trattenendo il fiato. Sentiva che l'incredulità cominciava a risvegliarsi, guardava lei immobile e contemporaneamente gli tornavano alla mente le Lezioni americane di Calvino, vai a capire gli strani voli del pensiero in certi frangenti.
Poi, piano, adagiò gamba e piede sul letto. Si tirò su fino a poggiare la testa sul cuscino, a fianco di quella di lei. Le baciò la tempia, le disse "dormiamo adesso", e senza aspettare risposta spense la luce. Riuscì a prender sonno.
Il giorno dopo lei si era svegliata prima ed era andata via, il primo impulso fu di telefonarle, guardò per terra, lo scotch era ancora lì, quasi finito, il fondo del letto era imbrattato di sangue scuro, non era stato un sogno. Al telefono non riuscì a chiederle nulla di diretto, la voce era serena, no, non ho niente che non va, sì, ho dormito bene, perché non avrei dovuto? E anche dopo, a pranzo, quando la incontrò pareva non avere niente di strano, stava bene. Fecero insieme una lunga passeggiata, e quando finalmente si sedettero su una panchina lui raccolse il coraggio necessario, decise che ne aveva abbastanza di stare in un racconto assurdo, e glielo disse: "Colette, senti, stanotte ti ho staccato un piede."
"Eh?"
"Il sinistro, massaggiandotelo. Mi è rimasto in mano."
"..."
"E te l'ho riattaccato, pulendolo un pò dal sangue. Con lo scotch."
"Ma... Ma che cazzo dici?"
La reazione di lei fu furiosa. Si alzò il pantalone, si tolse lo stivaletto, e anche lei vide: il piede era attaccato alla gamba da diversi giri di nastro adesivo, tutto era sporco di sangue. Alzò gli occhi su di lui, con violenza.
"Ma sei un coglione! Dobbiamo andare al pronto soccorso! Lo scotch! Ma porcodio, lo scotch!"
Lui rimase, atterrito, balbettò qualche giustificazione mentre lei chiamava un'ambulanza con il cellulare. Lei non gli parlò più, l'ambulanza arrivò e li portò in ospedale, tentarono un'operazione ma era troppo tardi, l'infezione si era propagata e aveva mandato la gamba in cancrena, dovettero amputargliela fino a sopra il ginocchio. Povera Colette.

mercoledì 4 agosto 2010

zeppe

Lo vedi? Anche i piatti ormai sono quadrati, Dico a Lucia che continua a fissarmi in silenzio.
Poi si alza e accende una sigaretta. Per questo hai scritto mille volte sul muro ODIO LE SCARPE CON LA ZEPPA ?
No, le rispondo sorpreso. Ma preferisco i sandali intrecciati.

martedì 15 giugno 2010

Retroalimentazione

IL TRAGHETTO MANGIAMERDA
NUMERO QUATTRO
,
primo numero monografico su
LA CITTÀ E LA PSICOSI SECURITARIA

è uscito.



A comprare le sigarette, ha detto -rasentando dal basso la banalità.

Se l'hai già avuto per le mani,
ti invitiamo a lasciare qua
un tuo giudizio
,
sul numero, sui testi, sulla grafica, sui disegni,
circostanziato e rotondo.

Se il numero devi ancora averlo, questua qua:
BOLOGNA: Bartleby, via S. Petronio vecchio 30/a
VERONA: *una località verrà indicata a breve*
Oppure scrivici.
Oppure tieni d'occhio questi dintorni: segnaleremo qui imminenti presentazioni.


Nell'attesa, benvengano anche i pregiudizi.